Roma, 10 luglio – La morte di Mathias Tonti, il dodicenne di Cesena rimasto gravemente ferito il 3 aprile 2026 in un incidente sugli sci sulla pista Valbonetta di San Martino di Castrozza, riaccende l’attenzione pubblica sul tema dell’accesso tempestivo alle cure neurochirurgiche. Dopo la caduta, Mathias è stato soccorso immediatamente, trasportato in elisoccorso all’Ospedale Santa Chiara di Trento e sottoposto a un delicato intervento. Nonostante gli sforzi dei soccorritori e dei medici, le lesioni cerebrali riportate si sono rivelate incompatibili con la sopravvivenza e il ragazzo è deceduto il 7 aprile 2026. La sua famiglia ha successivamente autorizzato la donazione degli organi, consentendo ad altri pazienti di ricevere una speranza di vita. A tale proposito il segretario nazionale Antonio Sabella commenta: «questa vicenda dimostra quanto sia decisiva la tempestività della risposta neurochirurgica nei casi di trauma cranico grave. In questo caso è stato tentato ogni intervento possibile in una struttura dotata di Neurochirurgia. Ma il tema che dobbiamo porci è più ampio: il sistema garantisce a tutti i cittadini le stesse possibilità di arrivare alla sala operatoria nei tempi compatibili con le patologie tempo-dipendenti?».
Secondo la Società Italiana di Neurochirurgia (SINch) e le principali linee guida internazionali, nei pazienti con trauma cranico moderato o grave il tempo che intercorre tra l’evento traumatico, la TAC, la valutazione specialistica e l’eventuale intervento chirurgico rappresenta uno degli elementi fondamentali per una prognosi positiva. In presenza di un ematoma intracranico compressivo, la valutazione neurochirurgica deve essere eseguita nel più breve tempo possibile e, secondo le linee guida riportate sul portale SINch, l’ottimale è intervenire entro breve dall’insulto, perché ogni minuto che passa il paziente si aggrava.
La stabilizzazione del paziente significa garantire le vie aeree, assicurare l’ossigenazione, mantenere la pressione arteriosa, prevenire il danno cerebrale secondario, controllare eventuali convulsioni ed eseguire rapidamente la diagnostica necessaria: tutto ciò ad oggi viene garantito dalle hub dedicate, laddove le specialità di neurochirurgia sono assenti. Tuttavia, nei casi in cui la causa del deterioramento neurologico sia una lesione che richiede un trattamento neurochirurgico urgente, la stabilizzazione non coincide con la terapia definitiva. Se un ematoma comprime il cervello, l’atto che può modificare la prognosi resta l’intervento chirurgico. Pertanto il segretario Sabella suggerisce una revisione del modello, a favore dell’aperture delle neurochirurgie di prossimità:
«Il modello Hub & Spoke è stato costruito per concentrare competenze e tecnologie avanzate nei centri di eccellenza. Nessuno mette in discussione il valore degli Hub e il lavoro straordinario delle loro équipe. La vera questione è verificare se la distanza geografica, i tempi di trasferimento e i passaggi intermedi possano talvolta trasformarsi in un fattore prognostico negativo nei casi in cui la chirurgia deve essere eseguita con la massima urgenza».
Il dibattito investe in particolare i casi in cui il paziente viene trasportato in strutture che dispongono degli strumenti per la stabilizzazione e la diagnosi, ma non di una Neurochirurgia operativa. È il caso della giovane ventenne morta il 15 giugno 2018 dopo una caduta in scooter sulla Cristoforo Colombo. La ragazza fu trasportata in codice rosso all’Ospedale Grassi di Ostia, struttura priva di un reparto autonomo di Neurochirurgia. Senza entrare nel merito delle responsabilità cliniche di quella specifica vicenda, il caso continua a essere citato ogni volta che si affronta il tema dell’accessibilità territoriale ai trattamenti neurochirurgici urgenti.
«Le linee guida della Brain Trauma Foundation indicano come candidati a un intervento urgente i pazienti affetti da ematoma epidurale con effetto compressivo, ematoma subdurale acuto con spessore superiore a 10 millimetri, spostamento della linea mediana superiore a 5 millimetri oppure deterioramento neurologico progressivo. In questi casi la letteratura scientifica concorda nel ritenere che i ritardi evitabili debbano essere ridotti al minimo.
Negli ultimi dieci anni il quadro epidemiologico è profondamente cambiato. Sono diminuiti i grandi traumi da incidente stradale, mentre risultano in aumento gli ematomi subdurali negli anziani, soprattutto a seguito di cadute accidentali e in pazienti che assumono farmaci anticoagulanti. Ciò significa che la domanda di interventi neurochirurgici urgenti continua a essere rilevante, anche se sono cambiate le cause più frequenti».
Anche la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha affrontato ripetutamente il tema. Le sentenze Cass. civ. n. 2334/2011, Cass. civ. n. 24688/2020, Cass. civ. n. 5380/2023 e Cass. civ. n. 22661/2025 hanno chiarito che la responsabilità non può essere automaticamente attribuita ai singoli medici in presenza di un esito sfavorevole. I giudici richiedono infatti la dimostrazione che vi fosse un’indicazione all’intervento o al trasferimento, che si sia verificato un ritardo evitabile e che tale ritardo abbia inciso con ragionevole probabilità sull’esito clinico. Le pronunce evidenziano come le criticità possano derivare dall’organizzazione complessiva della rete assistenziale e non necessariamente dall’operato dei professionisti coinvolti.
«I medici del 118, delle terapie intensive, dei pronto soccorso e delle neurochirurgie italiane – spiega Sabella – meritano soltanto rispetto e riconoscenza. Il tema non è individuare colpe individuali, ma comprendere se l’attuale organizzazione della rete consenta sempre di raggiungere il trattamento definitivo nei tempi richiesti dalla patologia. Quando una lesione neurologica richiede una sala operatoria, la velocità del percorso può fare la differenza tra il recupero, la disabilità permanente o il decesso.
I centri Hub svolgono una funzione essenziale nella stabilizzazione del paziente, che poi verrà trasferito in un centro dotato di neurochirurgia. Ma con il passare del tempo, ogni tentativo terapeutico successivo, può diventare tardivo, senza colpa del personale medico. E dunque, grazie alle terapie intensive e ai protocolli di mantenimento, tali strutture consentono la donazione degli organi, settore nel quale l’Italia rappresenta una delle realtà più avanzate d’Europa grazie alla rete coordinata dal Centro Nazionale Trapianti. Ma occorre fare di più, per garantire prioritariamente l’intervento chirurgico tempestivo. La razionalizzazione della spesa sanitaria, invece è andata negli ultimi anni nella direzione del potenziamento dell’elisoccorso – che per il suo intervento richiede comunque una tempistica ampia, ma soprattutto il paziente spesso viene trasportato più volte, facendo tappa prima nell’hub, rimanendo stabilizzato e perdendo ore preziose, prima dell’intervento finalista».
Sabella conclude: «L’obiettivo non è contrapporre Hub e presidi territoriali, ma valutare se sia necessario rafforzare la presenza di competenze neurochirurgiche sul territorio e ridurre ulteriormente il tempo che separa il trauma dalla sala operatoria. Ogni miglioramento organizzativo che permetta di aumentare le probabilità di sopravvivenza e di recupero neurologico dei pazienti deve essere oggetto di una riflessione seria e basata sui dati».